Quello di Dumas figlio è un romanzo "estremo". Non ci sono vie di mezzo, quando si parla di amore è passione bruciante, quando si parla di ragione è freddo calcolo. La Signora delle camelie è una donna ancora molto attuale, in una società come la nostra che si suppone lontana anni luce, in fatto di costumi, da quella parigina di metà '800. Nell'era di Sex and the City, torme di "mantenute" come la bella Marguerite Gautier si guadagnano il loro posto nella società, ricevendo, in cambio dei loro servigi, compensi forse diversi da quelli elargiti all'epoca ma provenienti sempre dallo stesso tipo di clienti: ricchi facoltosi, tendenzialmente anziani.
Forse la cosa che davvero è cambiata è la possibilità per gli innamorati di realizzare il loro sogno senza troppi timori di essere ostacolati, come accade invece ai due amanti, la cui struggente storia, così magistralmente raccontata da Dumas, spinge alla commozione più sincera.
E' certo però che, a distanza di più di un secolo, quello che per l'anziano era un mezzo per contrastare la solitudine e la decadenza della vecchiaia e per il giovane un modo di godere di amore a buon prezzo senza passare attraverso le pastoie della società, al giorno d'oggi sembra essere diventato solo e soltanto un espediente per illudersi e illudere di essere importanti, qualunque sia l'età e l'estrazione sociale. Una sorta di legittimazione: esisto perché ho qualcuno che mi ama. Pietosa autocommiserazione, quel qualcuno nutre più affetto per le banconote che per chi le possiede, dove stia l'ipocrisia non è così scontato.
Resta un'aridità di fondo, ben lontana dalla febbrile passione di due innamorati. Chi gode di una simile gioia è portatore della vera bellezza dell'animo umano ma si pone suo malgrado sotto la minaccia di una comunità alla costante ricerca dell'ordine, incapace di accettare incontrollate pulsioni. Simili energie devono necessariamente essere incanalate e, se possibile, sostituite con surrogati come il lavoro, il potere, la ricchezza, la reputazione.
Quando tuttavia giunge il momento di tirare le somme, tutti i nostri sforzi si vanificano di fronte al manifestarsi della nostra vera natura, costringendoci ad ammettere come solo uno, nelle sue varie forme e misure, è il sentimento che rende una vita degna di essere vissuta, che può, per chi crede, redimere agli occhi di Dio una vita di peccati: solo e soltanto l'amore.
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domenica 27 febbraio 2011
sabato 19 febbraio 2011
LA REGINA DELLA CASA - Sophie Kinsella
Non sono un'appassionata di Sophie Kinsella e non avrei mai letto "La regina della casa" se non fosse che mi è stato caldamente consigliato. Bisogna ammettere che lo stile della Kinsella è divertente e piacevole e in questo romanzo ci sono alcuni momenti veramente esilaranti ma, tolto questo, rimane ben poco. La storia è trita e ritrita, i personaggi insulsi e degni dei peggiori romanzi rosa.
Non riesco a capire per quale motivo quest'autrice riscuota così tanto successo tra le donne, considerati gli stereotipi su cui basa i suoi romanzi. Consigliato solo se proprio non sapete come passare due ore del vostro tempo.
Ulteriori informazioni su Sophie Kinsella
Visita il sito ufficiale dell'autrice
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Non riesco a capire per quale motivo quest'autrice riscuota così tanto successo tra le donne, considerati gli stereotipi su cui basa i suoi romanzi. Consigliato solo se proprio non sapete come passare due ore del vostro tempo.
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sabato 5 febbraio 2011
BEN HUR - Lew Wallace
Quella di Ben Hur è una storia epica con la "E" maiuscola. Una di quelle storie che partono da lontano, come un temporale e poi si avvicina, cresce lentamente, si gonfia, fa quasi paura ma allo stesso tempo affascina, attrae, la si vuole assaporare, si pregusta il momento in cui esploderà in tutta la sua forza ma senza fretta, per avere il tempo di assorbire ogni dettaglio fino all'esaltazione finale. Quella narrata dal "generale" Wallace è una vicenda appassionante, fatta di personaggi straordinari, intensi, in grado di catturare e scatenare emozioni, di portare a gioire per essi, di fremere e commuoversi per essi. Sarà la forza del dramma, l'eroismo delle gesta, l'ambientazione in quello che si può considerare uno dei momenti storici più affascinanti e misteriosi, se non il più affascinante e misterioso della vicenda umana. Sarà per tutte queste cose insieme, Ben Hur è un romanzo da leggere e rileggere, per ritrovarsi ogni volta immersi in una grande storia, di quelle che fanno sognare.
Ulteriori informazioni su Lew Wallace
Visita il sito del museo dedicato al generale Lew Wallace
Guarda il trailer del film di William Wyler ispirato al romanzo (in lingua originale):
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mercoledì 2 febbraio 2011
PASTORALE AMERICANA - Philip Roth
Tutti quanti guardiamo all'America come il luogo dove ogni cosa è possibile. Gli Stati Uniti sono il paese in cui, lavorando duro e impegnandosi nella propria attività, si può solo crescere nella scala sociale e aumentare il proprio benessere. Ma a quale prezzo? Questo è ciò che si chiede Roth in Pastorale Americana.
Protagonista del romanzo è lo svedese Symeour Levov, alto, biondo, affascinante giovane di successo con la scuola e le donne. Eredita dalla sua famiglia la fabbrica di guanti, frutto del lavoro di due generazioni, e ci si impegna con tutto se stesso, non perché sia quello che vuole, ma perché è quello che deve fare. Sembra tutto perfetto nella sua vita, una bella casa, un'attività ben avviata, una famiglia serena. Ma la ricerca della felicità rischia di lasciare sul terreno delle vittime. Chi non riesce ad integrarsi in questo meccanismo ne rimane stritolato o prova ad opporsi attraverso atti violenti, destinati al fallimento. Come accade alla figlia dello svedese, il quale vede andare in pezzi le sue convinzioni e prova senza successo a tenere in piedi la propria famiglia e i suoi affetti, costruiti con tanta fatica.
E' un romanzo duro e spietato, che ci ricorda che non è tutto oro ciò che luccica e che è inutile provare a scappare o a nascondersi dai propri drammi, poiché questi ci troveranno comunque.
Ulteriori informazioni su Philip Roth
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Protagonista del romanzo è lo svedese Symeour Levov, alto, biondo, affascinante giovane di successo con la scuola e le donne. Eredita dalla sua famiglia la fabbrica di guanti, frutto del lavoro di due generazioni, e ci si impegna con tutto se stesso, non perché sia quello che vuole, ma perché è quello che deve fare. Sembra tutto perfetto nella sua vita, una bella casa, un'attività ben avviata, una famiglia serena. Ma la ricerca della felicità rischia di lasciare sul terreno delle vittime. Chi non riesce ad integrarsi in questo meccanismo ne rimane stritolato o prova ad opporsi attraverso atti violenti, destinati al fallimento. Come accade alla figlia dello svedese, il quale vede andare in pezzi le sue convinzioni e prova senza successo a tenere in piedi la propria famiglia e i suoi affetti, costruiti con tanta fatica.
E' un romanzo duro e spietato, che ci ricorda che non è tutto oro ciò che luccica e che è inutile provare a scappare o a nascondersi dai propri drammi, poiché questi ci troveranno comunque.
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lunedì 31 gennaio 2011
IL SORRISO DI ANGELICA - Andrea Camilleri
Gli anni passano anche per il commissario Montalbano, personaggio di cui Camilleri ha scritto per la prima volta nel 1994.
Con l'età arriva anche la nostalgia della gioventù. E` sufficiente il sorriso di Angelica per risvegliare in lui una passione di stampo adolescenziale.
Ma lo scorrere del tempo non si evince tanto dai cambiamenti nel commissario, ma dai non cambiamenti della trama. L'ultimo romanzo ripete infatti sempre gli stessi schemi narrativi, gli stessi clichè e gli stessi personaggi caricaturali.
Ciononostante è un romanzo che funziona, la trama fila via liscia come l'olio e l'uso del dialetto siciliano è piacevole e spassoso come sempre.
Che dire, forse sarebbe ora per Camilleri di abbandonare il suo tanto amato personaggio.
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Con l'età arriva anche la nostalgia della gioventù. E` sufficiente il sorriso di Angelica per risvegliare in lui una passione di stampo adolescenziale.
Ma lo scorrere del tempo non si evince tanto dai cambiamenti nel commissario, ma dai non cambiamenti della trama. L'ultimo romanzo ripete infatti sempre gli stessi schemi narrativi, gli stessi clichè e gli stessi personaggi caricaturali.
Ciononostante è un romanzo che funziona, la trama fila via liscia come l'olio e l'uso del dialetto siciliano è piacevole e spassoso come sempre.
Che dire, forse sarebbe ora per Camilleri di abbandonare il suo tanto amato personaggio.
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martedì 25 gennaio 2011
L'AMICO RITROVATO - Fred Uhlman
Quella de "l'amico ritrovato" è una novella tanto breve quanto efficace e il messaggio di Fred Uhlman è chiaro: un uomo va giudicato non per ciò che è ma per ciò che fa.
La necessità umana di catalogare quel che ci circonda spesso va oltre i confini del bisogno, diventa mania, persecuzione, schiavitù, della mente prima che del corpo. Si oltrepassa il limite nel momento in cui il nome si sostituisce alla sostanza, la mente si limita a compiere l'associazione parola - immagine, prima ancora dell'associazione parola - materia. Si compie un'ingiustizia quando si spinge il prossimo a preferire la prima alla seconda. E` così che lo squalo diventa innanzitutto un mostro assassino da abbattere, un pollo solamente un pezzo di carne nel cellofan, un uomo niente più che un concorrente/avversario nella propria corsa al benessere.
Questa sorta di bidimensionalità del pensiero è una piaga ancora molto radicata, anche nella nostra "istruita" epoca, non c'è voglia, non c'è tempo di spostare la prospettiva per scoprire la moltitudine di tridimensionalità nascoste dietro ogni cosa. Così ci perdiamo gran parte del divertimento del vivere.
Emblematica è la scena in cui il padre del protagonista, ebreo e quindi vittima delle scelte razziste della Germania nazista, decide di uscire di casa indossando l'uniforme militare, dimostrando così, nonostante venga implicitamente accusato di rappresentare un pericolo per il paese, di essere orgoglioso per aver combattuto fra le fila dell'esercito tedesco, insieme a chi, come lui, quel paese lo voleva rendere grande.
L'uomo anela ad elevarsi ma l'ottusità di cui continua ad essere vittima nel corso dei secoli è ciò che più lo allontana dal suo obiettivo, rendendolo inevitabilmente più simile alla bestia di quanto non vorrebbe lui stesso ammettere.
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La necessità umana di catalogare quel che ci circonda spesso va oltre i confini del bisogno, diventa mania, persecuzione, schiavitù, della mente prima che del corpo. Si oltrepassa il limite nel momento in cui il nome si sostituisce alla sostanza, la mente si limita a compiere l'associazione parola - immagine, prima ancora dell'associazione parola - materia. Si compie un'ingiustizia quando si spinge il prossimo a preferire la prima alla seconda. E` così che lo squalo diventa innanzitutto un mostro assassino da abbattere, un pollo solamente un pezzo di carne nel cellofan, un uomo niente più che un concorrente/avversario nella propria corsa al benessere.
Questa sorta di bidimensionalità del pensiero è una piaga ancora molto radicata, anche nella nostra "istruita" epoca, non c'è voglia, non c'è tempo di spostare la prospettiva per scoprire la moltitudine di tridimensionalità nascoste dietro ogni cosa. Così ci perdiamo gran parte del divertimento del vivere.
Emblematica è la scena in cui il padre del protagonista, ebreo e quindi vittima delle scelte razziste della Germania nazista, decide di uscire di casa indossando l'uniforme militare, dimostrando così, nonostante venga implicitamente accusato di rappresentare un pericolo per il paese, di essere orgoglioso per aver combattuto fra le fila dell'esercito tedesco, insieme a chi, come lui, quel paese lo voleva rendere grande.
L'uomo anela ad elevarsi ma l'ottusità di cui continua ad essere vittima nel corso dei secoli è ciò che più lo allontana dal suo obiettivo, rendendolo inevitabilmente più simile alla bestia di quanto non vorrebbe lui stesso ammettere.
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domenica 23 gennaio 2011
SPINGENDO LA NOTTE PIU` IN LA` - Mario Calabresi
La storia della famiglia Calabresi che Mario, figlio del commissario e affermato giornalista ci racconta in questa breve opera, è legata loro malgrado a quella del nostro Paese. A differenza della cronaca e delle analisi politiche, "spingendo la notte più in là" è un tentativo di raccontare la vicenda del commissario Calabresi dal punto di vista spesso trascurato, per non dire ignorato o dimenticato, delle vittime del terrorismo.
Al di là di tutte le speculazioni, indagini, congetture che si possono fare sull'argomento, ciò che resta è l'amarezza di coloro ai quali è stato negato il diritto di crescere con il supporto della propria famiglia. In particolare come in questo caso, dove l'imposizione nasce da una decisione unilaterale, basata su supposizioni prive di fondamento.
Merito di Mario Calabresi è di focalizzare la sua opera sull'aspetto umano della vicenda, sofferenze, difficoltà, frustrazioni che una vittima del terrorismo si trova costretta a subire per tutta la vita, a prescindere dalle scelte, dalle posizioni, dalle attività che il bersaglio del terrorista conduceva.
Ciò che rimane è il vuoto lasciato da una persona la cui sorte viene decisa sulla base di decisioni estranee alle regole del diritto, principio questo, fondante per ogni democrazia degna di tale nome e per coloro che per la democrazia si prodigano.
Ciò che rimane è la frustrazione di chi si trova nel mezzo di una guerra dichiarata sottovoce, che per sua stessa natura è destinata al fallimento ma che, pur restando inutile, riesce a produrre come unico, deplorevole risultato, la sofferenza di chi, di quella guerra, non era nemmeno a conoscenza.
Ciò che rimane, quando ogni cosa finisce, è un imbarazzato silenzio, da parte di tutti, caratteristico di chi sa di essere in difetto, di essere in qualche misura colpevole, di non aver fatto abbastanza o di aver fatto troppo.
Ciò che rimane, per l'ennesima volta in questo spaesato paese, è la sensazione di aver scelto, fra i tanti sentieri sul nostro cammino, ancora una volta quello sbagliato.
Ulteriori informazioni su Mario Calabresi
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Al di là di tutte le speculazioni, indagini, congetture che si possono fare sull'argomento, ciò che resta è l'amarezza di coloro ai quali è stato negato il diritto di crescere con il supporto della propria famiglia. In particolare come in questo caso, dove l'imposizione nasce da una decisione unilaterale, basata su supposizioni prive di fondamento.
Merito di Mario Calabresi è di focalizzare la sua opera sull'aspetto umano della vicenda, sofferenze, difficoltà, frustrazioni che una vittima del terrorismo si trova costretta a subire per tutta la vita, a prescindere dalle scelte, dalle posizioni, dalle attività che il bersaglio del terrorista conduceva.
Ciò che rimane è il vuoto lasciato da una persona la cui sorte viene decisa sulla base di decisioni estranee alle regole del diritto, principio questo, fondante per ogni democrazia degna di tale nome e per coloro che per la democrazia si prodigano.
Ciò che rimane è la frustrazione di chi si trova nel mezzo di una guerra dichiarata sottovoce, che per sua stessa natura è destinata al fallimento ma che, pur restando inutile, riesce a produrre come unico, deplorevole risultato, la sofferenza di chi, di quella guerra, non era nemmeno a conoscenza.
Ciò che rimane, quando ogni cosa finisce, è un imbarazzato silenzio, da parte di tutti, caratteristico di chi sa di essere in difetto, di essere in qualche misura colpevole, di non aver fatto abbastanza o di aver fatto troppo.
Ciò che rimane, per l'ennesima volta in questo spaesato paese, è la sensazione di aver scelto, fra i tanti sentieri sul nostro cammino, ancora una volta quello sbagliato.
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