Tetano è un romanzo di fiume, lo è però in una maniera strana. Solitamente nei romanzi di fiume, il fiume rappresenta la possibilità di fuga, una via per andare lontano, la possibilità di una scelta. In tetano di Alessio Torino, non è così e l'autore ce lo spiega chiaramente fin da subito. Il fiume intorno a cui la vicenda si svolge non sfocia da alcuna parte, viene infatti bloccato da un enorme diga che ne sbarra il corso. Su questo fiume 4 ragazzini di un piccolo paese (inventato) dell'Appennino decidono nel corso di un'Estate di costruire una zattera. L'idea di cercare la libertà e l'avventura, ma con il timore di dover affrontare la vita da soli lontano dalla sicurezza del proprio paese e della propria famiglia rappresenta chiaramente la dicotomia tipica dell'adolescenza: la voglia di crescere da una parte e la paura di farlo dall'altro. Tutto il romanzo è incentrato sulla vicenda della creazione della zattera e sulle peripezie dei 4 giovani protagonisti. Torino decide di utilizzare come narratore uno di loro, Corsi, l'unico che non vive stabilmente nel paese, da cui suo padre se ne è andato per studiare, ma torna lì solo per le vacanze estive. Corsi sarà anche l'unico dei 4 poi a organizzare la sua esistenza da adulto altrove, pur restando, forse ancora più degli altri, fortemente ancorato al paese e al fiume. Altro protagonista centrale della vicenda è Tetano che si aggiungerà al gruppo di amici solo nel momento in cui questi stanno per abbandonare il progetto dopo l'ennesimo fallimento. E' un ragazzino strano Tetano, un ragazzino che non parla con nessuno e che si caga volontariamente nei pantaloni. E' il ragazzino compatito da tutti e che gli adulti che gli stanno intorno hanno deciso di non far crescere. Suo padre è infatti morto in un'incidente nell'unica fabbrica della zona, ma nessuno glielo ha mai detto facendogli credere che sia in viaggio. Una menzogna che lo tiene bloccato alla sua infanzia e non gli permette di andare avanti con la sua vita.
Succederanno molte cose a questo gruppo di ragazzini nel corso dell'Estate in cui la vicenda si svolge, ognuno di essi avvierà il suo processo di crescita affrontando i propri dubbi.
La vicenda narrata è molto interessante, potrebbe sembrare il classico romanzo di formazione, ma Torino riesce a dargli un taglio che per certi versi si avvicina molto al thriller. Ho invece trovato un po' difficile la lettura, lo stile del giovane autore di Urbino, non è molto scorrevole, ma soprattutto non riesce a mantenere lo stesso tono per tutta la narrazione. Questo potrebbe non essere per forza un difetto, peccato che il cambio di stile, non sia sempre supportato da una vera necessità narrativa e renda la lettura un po' complessa.
Comunque un romanzo decisamente interessante.
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domenica 5 gennaio 2014
domenica 26 giugno 2011
APERTO TUTTA LA NOTTE - David Trueba
Una famiglia non è la semplice somma dei suoi componenti ma il modo in cui questi vivono, interagiscono e stanno insieme. Questo è quanto prova a spiegarci David Trueba in "Aperto tutta la notte". Al centro della narrazione dello sceneggiatore madrileno è la numerosa e caotica famiglia Belitre, che nel corso di una torrida estate madrilena si trova a traslocare in una nuova casa.
Trueba ci presenta una carrellata di personaggi grotteschi e surreali ognuno di loro alle prese con problemi esistenziali e drammi di vario tipo che troveranno la loro composizione solo all'interno del nucleo famigliare.
L'autore attraverso le esagerate avventure dei Belitre ci offre diversi spunti di riflessione: la crisi di mezza età dei cinquantenni, l'incapacità degli adolescenti di accettarsi e farsi accettare, la difficoltà nell'amare e nell'innamorarsi. La sua capacità è quella di farlo in maniera ironica, strappando sempre e comunque un sorriso al lettore.
Ulteriori informazioni su David Trueba
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Trueba ci presenta una carrellata di personaggi grotteschi e surreali ognuno di loro alle prese con problemi esistenziali e drammi di vario tipo che troveranno la loro composizione solo all'interno del nucleo famigliare.
L'autore attraverso le esagerate avventure dei Belitre ci offre diversi spunti di riflessione: la crisi di mezza età dei cinquantenni, l'incapacità degli adolescenti di accettarsi e farsi accettare, la difficoltà nell'amare e nell'innamorarsi. La sua capacità è quella di farlo in maniera ironica, strappando sempre e comunque un sorriso al lettore.
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giovedì 16 giugno 2011
LA SONATA A KREUTZER - Lev Tolstoj
Questo racconto di Tolstoj, che non ha nulla a che vedere, se non marginalmente, con la Sonata a Kreutzer, è in realtà più un dialogo (ancor più un monologo) fra i due protagonisti. L'argomento trattato è la vita di coppia, che Tolstoj tenta di spiegare, ovviamente dal suo piuttosto radicale punto di vista. A prescindere dalle opinioni di ciascuno, bisogna dare atto al grande maestro russo del coraggio dimostrato nell'affrontare un argomento complicato come questo, dove ognuno ha la propria visione delle cose, tutti sono convinti di avere ragione ma soprattutto nessuno possiede veramente una teoria chiara e razionale per spiegare l'amore, un po' quello che succede quando si tenta di convincere qualcuno dell'esistenza di dio o degli ufo.
Tolstoj tenta di applicare, come è giusto che sia, un procedimento filosofico per trovare il senso dell'amore fra un uomo e una donna, per capire perché esso sia necessario o al contrario inutile, come influisca la società nei rapporti coniugali, quanto c'è di istinto, quanto c'è di raziocinio.
A riprova del fatto che l'argomento è tutt'altro che banale, lo stesso autore ha ritenuto necessario aggiungere una corposa postfazione, nella quale tenta di chiarire ulteriormente i concetti che ha cercato di rappresentare nel racconto.
Ne emerge una condanna senza appello della pratica sessuale, attività distruttiva e alienante, vera causa dei drammi umani, che porta un uomo e una donna ad unirsi e a condannare se stessi a una vita di litigi, di incomprensioni, di sofferenze. La concezione ludica del sesso viene abolita a favore di una più "sana" astensione, pratica attraverso la quale tentare l'ascesa alla purezza d'animo e quindi alla beatitudine celeste. L'atto sessuale deve quindi essere relegato a semplice necessità riproduttiva, al pari degli animali, impedendo che diventi motivo di attrazione fra uomo e donna e quindi di rovina della loro esistenza.
Questa visione negativa dei rapporti fra uomini e donne è spiazzante, soprattutto perché è priva di quegli elementi ossessivi e morbosi di certe dottrine, la cui condanna è più mirata alla conquista del controllo della mente, che alla ricerca del benessere e, in ultimo, della realizzazione dello spirito. L'approccio è, appunto, filosofico, non religioso nè oscurantista bensì assolutamente razionale. Certo è un'opera che offre spunti di riflessione e di discussione. In alternativa si può parlare degli ufo, ma senza litigare.
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Tolstoj tenta di applicare, come è giusto che sia, un procedimento filosofico per trovare il senso dell'amore fra un uomo e una donna, per capire perché esso sia necessario o al contrario inutile, come influisca la società nei rapporti coniugali, quanto c'è di istinto, quanto c'è di raziocinio.
A riprova del fatto che l'argomento è tutt'altro che banale, lo stesso autore ha ritenuto necessario aggiungere una corposa postfazione, nella quale tenta di chiarire ulteriormente i concetti che ha cercato di rappresentare nel racconto.
Ne emerge una condanna senza appello della pratica sessuale, attività distruttiva e alienante, vera causa dei drammi umani, che porta un uomo e una donna ad unirsi e a condannare se stessi a una vita di litigi, di incomprensioni, di sofferenze. La concezione ludica del sesso viene abolita a favore di una più "sana" astensione, pratica attraverso la quale tentare l'ascesa alla purezza d'animo e quindi alla beatitudine celeste. L'atto sessuale deve quindi essere relegato a semplice necessità riproduttiva, al pari degli animali, impedendo che diventi motivo di attrazione fra uomo e donna e quindi di rovina della loro esistenza.
Questa visione negativa dei rapporti fra uomini e donne è spiazzante, soprattutto perché è priva di quegli elementi ossessivi e morbosi di certe dottrine, la cui condanna è più mirata alla conquista del controllo della mente, che alla ricerca del benessere e, in ultimo, della realizzazione dello spirito. L'approccio è, appunto, filosofico, non religioso nè oscurantista bensì assolutamente razionale. Certo è un'opera che offre spunti di riflessione e di discussione. In alternativa si può parlare degli ufo, ma senza litigare.
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lunedì 12 luglio 2010
GIORNI DI BATTAGLIA – Paco Ignacio Taibo II
Héctor Belascoarán ha sempre fatto l’ingegnere, ma un giorno stanco della solita monotonia decide di rinunciare alla carriera per il suo desiderio di libertà e decide di diventare un investigatore privato. “Giorni di battaglia” di Paco Ignacio Taibo II è l’inizio delle avventura di Héctor come detective a Città del Messico dove si aggira, del tutto indisturbato, uno strangolatore di donne, un serial killer, ‘El Cervelo’. E’ proprio un gran bel libro, quello che mi ha colpito di più oltre ai personaggi molto particolari che ruotano intorno a Héctor, tra cui meritano una citazione l'idraulico con cui divide l'appartamento e la misteriosa ragazza con la coda di cavallo, sono le sensazioni che l’autore riesce a trasmettere, i sapori, i colori di questa città sudamericana. Ci sono dei momenti che la sete che prova il personaggio, il caldo soffocante in città nell’ora di punta, riesci a provarli in prima persona, almeno a me è successo. Come sempre non vi parlo di un libro appena uscito e in vetta alle classifiche di vendita, ma di sicuro vi consiglio un libro che non dimenticherete tanto facilmente.
Buona lettura
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domenica 12 ottobre 2008
IL GATTOPARDO - Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Tomasi di Lampedusa non si limita a scrivere, egli dipinge con le parole. Quest'uomo ha il dono di saper tratteggiare con pochi, rapidi e decisi colpi di pennello ritratti e paesaggi. La scrittura è sempre incisiva, non servono lunghe descrizioni o giri di parole, in poche battute l'immagine di don Fabrizio è già bella definita, l'estate siciliana così limpida che pare di sentirne il calore sulla pelle. Il Gattopardo è prima di tutto una meraviglia di estetica letteraria, Tomasi di Lampedusa sa usare bene le parole, egli seduce il lettore, ne cattura l'attenzione, l'occhio della mente, è come trovarsi di fronte un dipinto opulento e restarne affascinati.
Tuttavia il romanzo ha una sua profondità che la bellezza di cui è dotato riesce a comunicare con efficacia. Il Gattopardo infatti è la storia della fine di un'epoca o meglio, della fine di una classe sociale. L'elemento scatenante è Garibaldi e i suoi mille, la vittima illustre è l'aristocrazia. Nella seconda metà dell'Ottocento italiano, l'aristocrazia viveva ormai solo più specchiandosi nella propria immagine riflessa. In particolar modo nel meridione, dove il regno delle Due Sicilie consumava i suoi ultimi, decadenti giorni. Ma la classe sociale che per secoli aveva dominato l'Italia era in declino ovunque si volgesse lo sguardo, compresi i Savoia dai quali tutto aveva avuto inizio. Il vero flagello dell'aristocrazia infatti non era Garibaldi o Mazzini con le sue idee rivoluzionarie bensì altri due ancor più risoluti avversari: la propria stessa stanchezza e la nuova classe sociale emergente, cioè la borghesia.
Tomasi di Lampedusa si serve della nobile famiglia dei Salina per raccontarci la vera rivoluzione italiana che non è quella dei carbonari e dell'eroe dei Due Mondi ma quella del lento, inesorabile incedere dei latifondisti, degli industriali, dei banchieri, di coloro insomma che hanno grandi disponibilità di denaro col quale comprare a poco a poco tutto ciò che un tempo era stato proprietà di principi e baroni, gli stessi che hanno perduto il nerbo del comando col quale un tempo si imponevano.
E' il mondo che cambia, il passaggio di consegne fra chi è troppo vecchio e stanco per continuare e chi invece possiede l'entusiasmo e la forza necessarie per condurre i giochi. Solo un'entità resiste al passare del tempo, la Chiesa, che non si schiera ma si accompagna sempre a chi è destinato al comando, garantendosi così l'immortalità.
Lo sfondo di questa grande storia è una Sicilia incerta, solleticata dai venti di rinnovamento ma trattenuta, fiaccata da un passato di dominazioni, in parte dell'uomo, in parte della natura, che l'hanno ormai privata dello slancio necessario per rendersi protagonista del cambiamento in atto. Tomasi di Lampedusa ce la descrive con l'amarezza e la frustrazione di chi sa che il cambiamento è necessario ma anche che esso non arriverà mai perché manca la forza per compierlo. Un romanzo ancora molto attuale, nonostante parli di un'epoca lontana più di un secolo.
Ulteriori informazioni su Tomasi di Lampedusa
Visita il sito del Parco culturale del Gattopardo
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Tuttavia il romanzo ha una sua profondità che la bellezza di cui è dotato riesce a comunicare con efficacia. Il Gattopardo infatti è la storia della fine di un'epoca o meglio, della fine di una classe sociale. L'elemento scatenante è Garibaldi e i suoi mille, la vittima illustre è l'aristocrazia. Nella seconda metà dell'Ottocento italiano, l'aristocrazia viveva ormai solo più specchiandosi nella propria immagine riflessa. In particolar modo nel meridione, dove il regno delle Due Sicilie consumava i suoi ultimi, decadenti giorni. Ma la classe sociale che per secoli aveva dominato l'Italia era in declino ovunque si volgesse lo sguardo, compresi i Savoia dai quali tutto aveva avuto inizio. Il vero flagello dell'aristocrazia infatti non era Garibaldi o Mazzini con le sue idee rivoluzionarie bensì altri due ancor più risoluti avversari: la propria stessa stanchezza e la nuova classe sociale emergente, cioè la borghesia.
Tomasi di Lampedusa si serve della nobile famiglia dei Salina per raccontarci la vera rivoluzione italiana che non è quella dei carbonari e dell'eroe dei Due Mondi ma quella del lento, inesorabile incedere dei latifondisti, degli industriali, dei banchieri, di coloro insomma che hanno grandi disponibilità di denaro col quale comprare a poco a poco tutto ciò che un tempo era stato proprietà di principi e baroni, gli stessi che hanno perduto il nerbo del comando col quale un tempo si imponevano.
E' il mondo che cambia, il passaggio di consegne fra chi è troppo vecchio e stanco per continuare e chi invece possiede l'entusiasmo e la forza necessarie per condurre i giochi. Solo un'entità resiste al passare del tempo, la Chiesa, che non si schiera ma si accompagna sempre a chi è destinato al comando, garantendosi così l'immortalità.
Lo sfondo di questa grande storia è una Sicilia incerta, solleticata dai venti di rinnovamento ma trattenuta, fiaccata da un passato di dominazioni, in parte dell'uomo, in parte della natura, che l'hanno ormai privata dello slancio necessario per rendersi protagonista del cambiamento in atto. Tomasi di Lampedusa ce la descrive con l'amarezza e la frustrazione di chi sa che il cambiamento è necessario ma anche che esso non arriverà mai perché manca la forza per compierlo. Un romanzo ancora molto attuale, nonostante parli di un'epoca lontana più di un secolo.
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mercoledì 11 giugno 2008
GUERRA E PACE - Lev Tolstoj
Come un affresco grande quanto una parete, Guerra e Pace rappresenta un'epoca, un paese, un popolo, con la maestosità e la completezza del capolavoro. Siamo di fronte a una vera e propria opera d'arte, consapevole di esserlo. L'impressione infatti è che mentre Tolstoj scriveva la sua storia, già sapesse che si sarebbe trattato di un classico immortale.
La penna del Maestro tratteggia la vita e il mondo della nobiltà russa dell'epoca napoleonica ma lo fa con un piglio divino, egli si fa gigante, si erge oltre il visibile e osserva dall'alto ogni avvenimento, limitandosi a descriverli come se fosse ovunque e sapesse tutto, sempre e in ogni luogo.
Affrontare un tomo come questo vuol dire farsi piccolo piccolo, tornare bambini, sedersi sulle ginocchia di Lev e lasciarsi trasportare dalla sua favola. Vivremo gli amori, le emozioni, le sconfitte dei personaggi, la guerra che ne stravolge le vite, i cambiamenti, la loro intera esistenza che si dipana sotto i nostri occhi con una scorrevolezza disarmante. Perché poi la cosa bella è che Guerra e Pace, a dispetto delle sue dimensioni, non è un libro pesante, difficile o noioso. Al contrario, è avvincente, appassionante, si vorrebbe non finisse mai. E quando finisce non resta che alzarsi in piedi e applaudire spellandosi le mani, che altro si potrebbe fare?
Tolstoj ha le idee chiare su quello che scrive. E non intende nasconderlo. Egli è un convinto sostenitore della teoria del determinismo, ogni evento ha una causa ben precisa, ogni decisione viene presa non in base all'umore del momento ma perché gli eventi succedutisi fino ad allora ci spingono inevitabilmente verso una direzione ineluttabile. Questa sorta di forza universale agisce su tutti noi e tanto più la nostra posizione ci consente di esercitare il potere sugli altri, tanto più questa forza ci condiziona, ci fa schiavi.
Detto così sembrerebbe che Tolstoj ci condanni a una vita già decisa, privandoci del diritto al libero arbitrio, cosa che non può che riempirci di amarezza. In realtà, come dicevo, la cosa è legata al potere di cui disponiamo. Ecco allora che Napoleone, imperatore d'Europa, soffre più di chiunque altro di una simile gabbia. Il grande condottiero viene dipinto come un uomo costretto a prendere decisioni che in apparenza sembrano basarsi sulle proprie scelte ma che invece sono sempre sospinte dalla piega degli eventi nei quali si trova coinvolto. Così, mentre tutti inneggiano alla sua sagacia, egli, dentro di sé, sa che le sue mosse sono dirette non già da una propria geniale intuizione ma dalla necessità del momento.
E' il contrario di quanto accade invece al più miserabile degli uomini, al quale è concessa piena libertà di vivere. Il semplice è l'unico che può permettersi il lusso di essere veramente libero.
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Approfondimenti sulla Campagna di Russia napoleonica
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La penna del Maestro tratteggia la vita e il mondo della nobiltà russa dell'epoca napoleonica ma lo fa con un piglio divino, egli si fa gigante, si erge oltre il visibile e osserva dall'alto ogni avvenimento, limitandosi a descriverli come se fosse ovunque e sapesse tutto, sempre e in ogni luogo.
Affrontare un tomo come questo vuol dire farsi piccolo piccolo, tornare bambini, sedersi sulle ginocchia di Lev e lasciarsi trasportare dalla sua favola. Vivremo gli amori, le emozioni, le sconfitte dei personaggi, la guerra che ne stravolge le vite, i cambiamenti, la loro intera esistenza che si dipana sotto i nostri occhi con una scorrevolezza disarmante. Perché poi la cosa bella è che Guerra e Pace, a dispetto delle sue dimensioni, non è un libro pesante, difficile o noioso. Al contrario, è avvincente, appassionante, si vorrebbe non finisse mai. E quando finisce non resta che alzarsi in piedi e applaudire spellandosi le mani, che altro si potrebbe fare?
Tolstoj ha le idee chiare su quello che scrive. E non intende nasconderlo. Egli è un convinto sostenitore della teoria del determinismo, ogni evento ha una causa ben precisa, ogni decisione viene presa non in base all'umore del momento ma perché gli eventi succedutisi fino ad allora ci spingono inevitabilmente verso una direzione ineluttabile. Questa sorta di forza universale agisce su tutti noi e tanto più la nostra posizione ci consente di esercitare il potere sugli altri, tanto più questa forza ci condiziona, ci fa schiavi.
Detto così sembrerebbe che Tolstoj ci condanni a una vita già decisa, privandoci del diritto al libero arbitrio, cosa che non può che riempirci di amarezza. In realtà, come dicevo, la cosa è legata al potere di cui disponiamo. Ecco allora che Napoleone, imperatore d'Europa, soffre più di chiunque altro di una simile gabbia. Il grande condottiero viene dipinto come un uomo costretto a prendere decisioni che in apparenza sembrano basarsi sulle proprie scelte ma che invece sono sempre sospinte dalla piega degli eventi nei quali si trova coinvolto. Così, mentre tutti inneggiano alla sua sagacia, egli, dentro di sé, sa che le sue mosse sono dirette non già da una propria geniale intuizione ma dalla necessità del momento.
E' il contrario di quanto accade invece al più miserabile degli uomini, al quale è concessa piena libertà di vivere. Il semplice è l'unico che può permettersi il lusso di essere veramente libero.
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martedì 13 maggio 2008
LO HOBBIT - J.R.R. Tolkien
Questa è una fiaba per bambini. Come tale, deve essere letta al proprio bambino seduti sul divano. Un capitolo per volta, godendo di ogni singola pagina. Ci vorrà un po' di tempo. Quando sarete giunti alla fine, vostro figlio sarà cresciuto, in tutti i sensi.
Qui c'è tutto: l'avventura, il senso del meraviglioso, il piacere della scoperta, i pericoli dell'ignoto, le insidie della mente umana. C'è l'amicizia, la fedeltà, la perseveranza, l'astuzia e il coraggio, ma c'è anche la perfidia, l'invidia, l'avidità, la diffidenza.
Spesso Lo Hobbit viene semplicemente trattato come il prologo del Signore degli Anelli ma è riduttivo. Quest'opera vive di vita propria, ha una propria energia, una propria ricchezza, ci sono una quantità di temi sui quali riflettere. Non si risolve tutto in una semplice lotta fra il bene e il male, qui la questione viene trattata con maggiore attenzione: ci sono coloro che rappresentano il male ma ci sono anche quelli che ne sembrano corrotti e che invece sono tristemente traviati da altre cause. C'è la tragica figura di Thorin Scudodiquercia, schiacciato sotto il peso del proprio stesso orgoglio, l'infida ma pietosa esistenza di Gollum, la selvaggia e paurosa natura di Beorn, giudice imparziale ma tremendamente severo, la saggezza di Gandalf che con un occhio rimprovera e con l'altro incoraggia e infine l'eroico, piccolo uomo, colui che non viene considerato da nessuno e che non vuole essere considerato perché sta bene lì dov'è ma che la Storia inevitabilmente finisce col travolgere, obbligandolo a scoprire risorse di cui lui stesso non era a conoscenza, con le quali stupirà tutti, lui prima di ogni altro, che non chiede di essere riconosciuto, né tanto meno lo pretende, perché non c'è tempo da perdere in inutili chiacchiere, c'è da fare un lavoro, che se non si farà al momento giusto, potrebbe non esserci più il tempo per farlo e allora come avremo la possibilità di tornare alle proprie case accoglienti, dove un buon tè caldo ci aspetta? In quella splendida caverna hobbit dove vive il signor Bilbo Baggins, un luogo meraviglioso dove tutto ebbe inizio e tutto un giorno avrà fine.
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Qui c'è tutto: l'avventura, il senso del meraviglioso, il piacere della scoperta, i pericoli dell'ignoto, le insidie della mente umana. C'è l'amicizia, la fedeltà, la perseveranza, l'astuzia e il coraggio, ma c'è anche la perfidia, l'invidia, l'avidità, la diffidenza.
Spesso Lo Hobbit viene semplicemente trattato come il prologo del Signore degli Anelli ma è riduttivo. Quest'opera vive di vita propria, ha una propria energia, una propria ricchezza, ci sono una quantità di temi sui quali riflettere. Non si risolve tutto in una semplice lotta fra il bene e il male, qui la questione viene trattata con maggiore attenzione: ci sono coloro che rappresentano il male ma ci sono anche quelli che ne sembrano corrotti e che invece sono tristemente traviati da altre cause. C'è la tragica figura di Thorin Scudodiquercia, schiacciato sotto il peso del proprio stesso orgoglio, l'infida ma pietosa esistenza di Gollum, la selvaggia e paurosa natura di Beorn, giudice imparziale ma tremendamente severo, la saggezza di Gandalf che con un occhio rimprovera e con l'altro incoraggia e infine l'eroico, piccolo uomo, colui che non viene considerato da nessuno e che non vuole essere considerato perché sta bene lì dov'è ma che la Storia inevitabilmente finisce col travolgere, obbligandolo a scoprire risorse di cui lui stesso non era a conoscenza, con le quali stupirà tutti, lui prima di ogni altro, che non chiede di essere riconosciuto, né tanto meno lo pretende, perché non c'è tempo da perdere in inutili chiacchiere, c'è da fare un lavoro, che se non si farà al momento giusto, potrebbe non esserci più il tempo per farlo e allora come avremo la possibilità di tornare alle proprie case accoglienti, dove un buon tè caldo ci aspetta? In quella splendida caverna hobbit dove vive il signor Bilbo Baggins, un luogo meraviglioso dove tutto ebbe inizio e tutto un giorno avrà fine.
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martedì 22 aprile 2008
IL SIGNORE DEGLI ANELLI - J.R.R. Tolkien
Tolkien si potrebbe considerare il “Dante” della letteratura fantasy. Chiunque ami il genere prima o poi ha avuto o avrà a che fare con questo tomo di più di mille pagine. E, proprio come la storia che vi viene descritta, per il lettore si tratta di un'Impresa. Chi si avvicina a questa opera deve sapere che non sta per leggere una storia qualsiasi ma che sta per incamminarsi in un lungo viaggio, che lo impegnerà a lungo e assorbirà molte delle sue energie. Questo libro non può essere assimilato con un passo “da maratoneta”, come certi lettori che divorano qualunque scritto in poche ore.
Il Signore degli Anelli è come un vino d'annata. Merita un'attenzione tutta particolare. Non sto dicendo che deve essere apprezzato ad ogni costo, ciascuno è libero di formulare i propri giudizi, sulla base dei propri gusti e delle proprie esperienze. L'importante è che lo si faccia dopo aver dedicato un po' di tempo ad apprezzare il peso del volume, la minuziosità dei dettagli a corredo (la famosa mappa e, per chi ne dispone, le illustrazioni dello stesso autore) e infine ad assaporare ogni pagina. Dopodiché decidete voi. In molti sono convinti che questo sia uno dei migliori romanzi del secolo scorso e io sono fra questi.
Inutile dilungarsi oltre su un'opera su cui si sono scritti fiumi di inchiostro e su cui si sono girati metri di pellicola. E' una storia fantasy con i temi più classici del genere: la Cerca, il Sacrificio, l'Epica, l'Amicizia e l'Amore. Ma ci sono altri temi che si possono estrapolare, meno diretti ma non meno sviluppati: la Questione Ecologica, il Senso di Perdita, la Caduta e altri ancora.
Un'opera complessa, insomma, che sa appassionare e far riflettere, come ogni fiaba che si rispetti. E quando avrete letto l'ultima pagina, anche voi vi sentirete stanchi ma soddisfatti, proprio come Frodo e Sam, Aragorn, Gandalf e tutti gli altri memorabili personaggi, anche voi avrete portato a termine la vostra Grande Impresa.
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Il Signore degli Anelli è come un vino d'annata. Merita un'attenzione tutta particolare. Non sto dicendo che deve essere apprezzato ad ogni costo, ciascuno è libero di formulare i propri giudizi, sulla base dei propri gusti e delle proprie esperienze. L'importante è che lo si faccia dopo aver dedicato un po' di tempo ad apprezzare il peso del volume, la minuziosità dei dettagli a corredo (la famosa mappa e, per chi ne dispone, le illustrazioni dello stesso autore) e infine ad assaporare ogni pagina. Dopodiché decidete voi. In molti sono convinti che questo sia uno dei migliori romanzi del secolo scorso e io sono fra questi.
Inutile dilungarsi oltre su un'opera su cui si sono scritti fiumi di inchiostro e su cui si sono girati metri di pellicola. E' una storia fantasy con i temi più classici del genere: la Cerca, il Sacrificio, l'Epica, l'Amicizia e l'Amore. Ma ci sono altri temi che si possono estrapolare, meno diretti ma non meno sviluppati: la Questione Ecologica, il Senso di Perdita, la Caduta e altri ancora.
Un'opera complessa, insomma, che sa appassionare e far riflettere, come ogni fiaba che si rispetti. E quando avrete letto l'ultima pagina, anche voi vi sentirete stanchi ma soddisfatti, proprio come Frodo e Sam, Aragorn, Gandalf e tutti gli altri memorabili personaggi, anche voi avrete portato a termine la vostra Grande Impresa.
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