Terminata l'ultima pagina di Trilogia della città di K., di Ágota Kristóf, ho chiuso il libro e l'ho tenuto in mano per un po' come per cercare di assimilare al meglio tutte le emozioni che l'autrice è stata in grado di suscitare.
Si tratta infatti di un libro che di certo non lascia indifferente il lettore sia per quanto raccontato, sia per la prosa sia per la struttura narrativa.
La storia si dipana attraverso le tre parti della trilogia, raccontandoci le vicende dei due gemelli Klaus e Lucas, un viaggio nell'orrore e nel dolore umano, raccontato però senza pietismi, grazie a frasi brevi, incisive e laconiche, che vanno dritte al punto. L'orrore infatti non ha bisogno di troppe parole per essere descritto.
Questo tipo di narrazione insieme alla scelta di non definire chiaramente la collocazione geografica della città di K. e il periodo temporale della vicenda, fanno sì che la storia narrata e i personaggi descritti dalla Kristóf possano essere considerati delle figure allegoriche per denunciare gli orrori di tutte le guerre, indifferentemente da dove avvengano e da chi vi prende parte.
È un libro che colpisce forte alla stomaco, non certo piacevole, ma che una volta iniziato non è possibile non terminare.
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domenica 11 dicembre 2011
domenica 4 dicembre 2011
CICLO DI LANDOVER - Terry Brooks
Sulla scia del successo ottenuto con il brillante Il magico regno di Landover, Terry Brooks prosegue la sua narrazione con altre storie ambientate nel mondo fatato al di là delle nebbie, popolato di esseri fantastici, dove la magia esiste davvero e dove un uomo come il protagonista Ben Holiday può cercare la vita avventurosa che aveva sempre sognato e mai vissuto.
Nel primo libro della serie, l'idea originale e divertente di Brooks che sta alla base della storia è sufficiente a tenere in piedi l'intera struttura del romanzo. Essa si esaurisce nell'ambito del romanzo stesso, lasciando al lettore una sensazione di compiutezza e soddisfazione. Viene restituito in pieno il senso del meraviglioso provato dal protagonista nell'interagire con un mondo che lui stesso credeva potesse essere solo frutto della propria fantasia. Il lettore entra subito in sintonia con lui e insieme a lui vive avventure mirabolanti.
Negli episodi seguenti, questa che era la "benzina" grazie alla quale il motore filava via liscio, ora è esaurita. Il magico regno di Landover diventa una delle tante ambientazioni fantasy, privata di tutto il fascino con il quale ci aveva conquistati, ridotta al rango di fondale per le poco interessanti avventure di un re che, se all'inizio ci aveva conquistati per la sua tenacia e il suo coraggio, adesso ci infastidisce per il modo ingenuo e disinvolto con il quale è pronto a cadere nei più stupidi tranelli di improbabili avversari, tanto rumorosi quanto inconcludenti.
Il tentativo di Terry Brooks di dare una morale alle sue fiabe è lodevole, il tema della fiducia in se stessi, della forza dell'amicizia, dell'inganno che trova il suo più prezioso alleato nella solitudine, sono il filo conduttore con il quale le storie vengono presentate, la loro struttura di base. Ma i personaggi e le loro imprese non sono all'altezza di quanto visto nel primo dei cinque romanzi che compongono la serie.
I cattivi di fronte ai quali tremavano i polsi, diventano macchiette, molto fumo e poco arrosto. Paradossalmente l'unico avversario convincente viene incontrato nel "nostro" mondo, durante uno dei ritorni sulla Terra compiuti dai personaggi, il quale riesce a fare paura senza troppi trucchetti e incantesimi roboanti ma con il semplice uso della psicologia.
E` probabile che Terry Brooks abbia voluto dare un'impostazione più adatta a un pubblico giovane, se non proprio infantile, alla propria opera, da cui deriverebbe questa sorta di generale "ammorbidimento" dei toni. Scelta legittima che non riesce però a mitigare la delusione di chi dal primo libro era rimasto affascinato.
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Nel primo libro della serie, l'idea originale e divertente di Brooks che sta alla base della storia è sufficiente a tenere in piedi l'intera struttura del romanzo. Essa si esaurisce nell'ambito del romanzo stesso, lasciando al lettore una sensazione di compiutezza e soddisfazione. Viene restituito in pieno il senso del meraviglioso provato dal protagonista nell'interagire con un mondo che lui stesso credeva potesse essere solo frutto della propria fantasia. Il lettore entra subito in sintonia con lui e insieme a lui vive avventure mirabolanti.
Negli episodi seguenti, questa che era la "benzina" grazie alla quale il motore filava via liscio, ora è esaurita. Il magico regno di Landover diventa una delle tante ambientazioni fantasy, privata di tutto il fascino con il quale ci aveva conquistati, ridotta al rango di fondale per le poco interessanti avventure di un re che, se all'inizio ci aveva conquistati per la sua tenacia e il suo coraggio, adesso ci infastidisce per il modo ingenuo e disinvolto con il quale è pronto a cadere nei più stupidi tranelli di improbabili avversari, tanto rumorosi quanto inconcludenti.
Il tentativo di Terry Brooks di dare una morale alle sue fiabe è lodevole, il tema della fiducia in se stessi, della forza dell'amicizia, dell'inganno che trova il suo più prezioso alleato nella solitudine, sono il filo conduttore con il quale le storie vengono presentate, la loro struttura di base. Ma i personaggi e le loro imprese non sono all'altezza di quanto visto nel primo dei cinque romanzi che compongono la serie.
I cattivi di fronte ai quali tremavano i polsi, diventano macchiette, molto fumo e poco arrosto. Paradossalmente l'unico avversario convincente viene incontrato nel "nostro" mondo, durante uno dei ritorni sulla Terra compiuti dai personaggi, il quale riesce a fare paura senza troppi trucchetti e incantesimi roboanti ma con il semplice uso della psicologia.
E` probabile che Terry Brooks abbia voluto dare un'impostazione più adatta a un pubblico giovane, se non proprio infantile, alla propria opera, da cui deriverebbe questa sorta di generale "ammorbidimento" dei toni. Scelta legittima che non riesce però a mitigare la delusione di chi dal primo libro era rimasto affascinato.
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domenica 6 novembre 2011
AVVENTURE DELLA RAGAZZA CATTIVA - Mario Vargas Llosa
Tutte le volte che leggo un romanzo di un autore sudamericano rimango colpita dalla loro facilità di descrivere l'amore in maniera semplice, senza le sovrastrutture culturali della letteratura europea. E Avventure della Ragazza Cattiva del premio nobel Vargas Llosa presenta la stessa caratteristica. Avrebbe potuto non essere così, considerata la scelta di raccontare un amore che di semplice non ha proprio nulla. Il tema affrontato è infatti un classico della letterarura: un amore non corrisposto che dura tutta una vita, fatale e spietato.
Ricardito, il niño bueno protagonista del romanzo, inseguirà disperatamente la sua agognata niña mala perché quello è il suo destino. E, nonostante tutto quello che lei gli farà passare, continuerà ad amarla, non può fare altrimenti. Attraverso questo amore sofferto, l'autore ci presenta il tormento del Perù e di chi è stato costretto a malincuore ad abbandonarlo, vivendo da esule.
Il tema forse non è dei più originali, ma la caratterizzazione della niña mala è semplicemente perfetta e la narrazione è accattivante. In definitiva un gran bel romanzo d'amore.
Ulteriori informazioni su Mario Vargas Llosa
Visita il sito ufficiale (in spagnolo) dell'autore
Titolo originale dell'opera: Travesuras de la niña mala
Acquista Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa
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Ricardito, il niño bueno protagonista del romanzo, inseguirà disperatamente la sua agognata niña mala perché quello è il suo destino. E, nonostante tutto quello che lei gli farà passare, continuerà ad amarla, non può fare altrimenti. Attraverso questo amore sofferto, l'autore ci presenta il tormento del Perù e di chi è stato costretto a malincuore ad abbandonarlo, vivendo da esule.
Il tema forse non è dei più originali, ma la caratterizzazione della niña mala è semplicemente perfetta e la narrazione è accattivante. In definitiva un gran bel romanzo d'amore.
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sabato 22 ottobre 2011
TEMPESTA DI SPADE - George R.R. Martin
La monumentale saga di George Martin continua spedita verso una meta sempre più lontana e sempre meno intelligibile. Ogni speculazione su qualsivoglia futuro sviluppo della trama è totalmente inutile, come già nei precedenti capitoli, anche Tempesta di spade riserva ogni genere di sorprese e colpi di scena (alcuni decisamente spiazzanti), di conseguenza riporre troppe aspettative o troppo affetto in un personaggio o nell'altro non porta ad altre conseguenze che non siano frustrazione e delusioni. Verrebbe quindi da pensare che non valga la pena perdere del tempo nel leggere una simile fonte di dispiaceri e tuttavia non si può fare altro che arrendersi di fronte alla propria inesauribile curiosità di vedere cosa succede dopo.
L'intera saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è un'opera che dà dipendenza senza però dare assuefazione. Ogni volta infatti si comincia un nuovo capitolo con tutte le buone intenzioni di restare impassibili di fronte alle inevitabili disfatte che i propri eroi incontreranno, refrattari a emozioni che possono scaturire nel vedere il proprio beniamino in difficoltà se non addirittura prossimo alla fine. Ma è tutto inutile. La passione finisce col travolgere e ci si trova immischiati per l'ennesima volta nel gelido abbraccio della Barriera, nelle umide e insidiose lande del Tridente, nel soleggiato e subdolo Sud, nelle esotiche e spietate terre sulle sponde del Mare dell'Estate.
Tempesta di Spade è un'opera ricca di eventi che si sviluppano soprattutto nella seconda parte, la prima, lenta, è più una preparazione a quanto accadrà in seguito. Martin dimostra la consueta abilità nel rappresentare ciascun personaggio, riuscendo peraltro a mantenere il giusto distacco nei loro confronti, senza mai dimostrare un particolare attaccamento o preferenza. La narrazione è sempre scorrevole, niente intoppi, il meccanismo è ormai ben oliato e fila via liscio, seguendo una struttura collaudata e sicura. Si potrebbe sollevare un'obiezione su certe scelte nello sviluppo della trama. Alcuni eventi infatti sono un po' troppo eclatanti e stridono con l'estrema (relativa) coerenza di tutto l'impianto. Martin costringe il lettore ad accettare in più occasioni che certi personaggi siano in grado di manovrare dietro le quinte ogni genere di complotto o di scoprire in anticipo pressoché ogni mossa del proprio avversario, mentre altri sono totalmente alla mercé dei propri nemici, incapaci di vedere oltre il proprio naso, abilissimi nel prendere le decisioni sbagliate, solerti nel cadere in ogni genere di trappola che venga tesa sotto i loro piedi. La cosa che stupisce è che difficilmente a un autore si dà credito oltre un certo limite, quando ci si trova di fronte a certe soluzioni. Con Martin invece, non solo gli si concede altra attenzione ma, nonostante i vari maltrattamenti subiti, si finisce col dedicarne ancora di più. Come dicevo, dà dipendenza e non c'è alcuna intenzione di smettere.
Ulteriori informazioni su George R.R. Martin
Visita il sito ufficiale di George R.R. Martin
Acquista i libri di George R.R. Martin
Guarda il trailer della serie televisiva ispirata alla saga (in lingua originale):
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L'intera saga delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è un'opera che dà dipendenza senza però dare assuefazione. Ogni volta infatti si comincia un nuovo capitolo con tutte le buone intenzioni di restare impassibili di fronte alle inevitabili disfatte che i propri eroi incontreranno, refrattari a emozioni che possono scaturire nel vedere il proprio beniamino in difficoltà se non addirittura prossimo alla fine. Ma è tutto inutile. La passione finisce col travolgere e ci si trova immischiati per l'ennesima volta nel gelido abbraccio della Barriera, nelle umide e insidiose lande del Tridente, nel soleggiato e subdolo Sud, nelle esotiche e spietate terre sulle sponde del Mare dell'Estate.
Tempesta di Spade è un'opera ricca di eventi che si sviluppano soprattutto nella seconda parte, la prima, lenta, è più una preparazione a quanto accadrà in seguito. Martin dimostra la consueta abilità nel rappresentare ciascun personaggio, riuscendo peraltro a mantenere il giusto distacco nei loro confronti, senza mai dimostrare un particolare attaccamento o preferenza. La narrazione è sempre scorrevole, niente intoppi, il meccanismo è ormai ben oliato e fila via liscio, seguendo una struttura collaudata e sicura. Si potrebbe sollevare un'obiezione su certe scelte nello sviluppo della trama. Alcuni eventi infatti sono un po' troppo eclatanti e stridono con l'estrema (relativa) coerenza di tutto l'impianto. Martin costringe il lettore ad accettare in più occasioni che certi personaggi siano in grado di manovrare dietro le quinte ogni genere di complotto o di scoprire in anticipo pressoché ogni mossa del proprio avversario, mentre altri sono totalmente alla mercé dei propri nemici, incapaci di vedere oltre il proprio naso, abilissimi nel prendere le decisioni sbagliate, solerti nel cadere in ogni genere di trappola che venga tesa sotto i loro piedi. La cosa che stupisce è che difficilmente a un autore si dà credito oltre un certo limite, quando ci si trova di fronte a certe soluzioni. Con Martin invece, non solo gli si concede altra attenzione ma, nonostante i vari maltrattamenti subiti, si finisce col dedicarne ancora di più. Come dicevo, dà dipendenza e non c'è alcuna intenzione di smettere.
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giovedì 22 settembre 2011
FOLLIE DI BROOKLIN - Paul Auster
Un senso di leggerezza e di felicità. Ecco quello che si prova giunti al termine della lettura di "Follie di Brooklin" di Paul Auster. Ed è strano perché sia le premesse che l'epilogo delle vicende raccontate avrebbero potuto portare a ben altre sensazioni. Il libro si apre infatti con la decisione del protagonista, Nathan Glass sessantenne in pensione con un brutto male alle spalle, di tornare a Brooklyn, sua città natale, col preciso intento di trovare un posto tranquillo per morire.
Ma il destino ha in serbo per lui una strada ben diversa, fatta di incontri, coincidenze e persone.
La narrazione diventa così un susseguirsi di vicende e di incastri che celebrano la vita e i suoi valori fondanti: amicizia e amore, in qualunque forma. Auster, in questa opera, mette insieme tutti quelli che sono i suoi ideali e le sue passioni: la letteratura, l'amicizia, New York. L'amore che l'autore prova per la sua città traspare in maniera limpida dalle sue descrizioni, in grado di renderla familiare anche a chi non l'ha mai vista. Il finale, con la tragedia dell'11 Settembre appena accennata, crea una sorta di sospensione, come a voler segnare un prima e un dopo, quasi a voler ricordare al lettore che New York e i suoi abitanti non sono rappresentati da quella tragedia ma dalla loro forza vitale.
Un gran bel libro a cui non è possibile non affezionarsi. Ulteriori informazioni su Paul Auster Titolo originale dell'opera: The Brooklyn Follies Acquista Follie di Brooklin di Paul Auster Continua...
Ma il destino ha in serbo per lui una strada ben diversa, fatta di incontri, coincidenze e persone.
La narrazione diventa così un susseguirsi di vicende e di incastri che celebrano la vita e i suoi valori fondanti: amicizia e amore, in qualunque forma. Auster, in questa opera, mette insieme tutti quelli che sono i suoi ideali e le sue passioni: la letteratura, l'amicizia, New York. L'amore che l'autore prova per la sua città traspare in maniera limpida dalle sue descrizioni, in grado di renderla familiare anche a chi non l'ha mai vista. Il finale, con la tragedia dell'11 Settembre appena accennata, crea una sorta di sospensione, come a voler segnare un prima e un dopo, quasi a voler ricordare al lettore che New York e i suoi abitanti non sono rappresentati da quella tragedia ma dalla loro forza vitale.
Un gran bel libro a cui non è possibile non affezionarsi. Ulteriori informazioni su Paul Auster Titolo originale dell'opera: The Brooklyn Follies Acquista Follie di Brooklin di Paul Auster Continua...
domenica 11 settembre 2011
LA FINE DELL'ETERNITA` - Isaac Asimov
La fantascienza basata sui viaggi nel tempo, come quella narrata ne La fine dell'eternità, è un'arma a doppio taglio. Da una parte c'è la curiosità di rivivere il passato o il fascino irresistibile dello scoprire il futuro, dall'altra ci sono gli inevitabili "paradossi temporali" che scattano come trappole non appena si muove un passo in più del consentito. Quando gli eventi si incastrano con certi contorsionismi incomprensibili, fra passato instabile, presente incerto e futuro improbabile, la trama finisce quasi sempre col perdersi per strada, l'autore si "arrangia" proponendo soluzioni abbozzate per risolvere la storia, che quasi sempre lasciano un senso di incoerenza, di non finito. E` una materia difficile da trattare, come tentare di afferrare una saponetta.
Il buon vecchio Isaac Asimov tuttavia non si smentisce neanche questa volta e con questo "La fine dell'eternità" ci fornisce il suo viaggio nel tempo facendo addirittura un passo più in là (come dubitarne), immaginando un futuro nel quale l'uomo non solo può viaggiare nel tempo ma addirittura di tale capacità ne ha fatto una scienza, codificata e strutturata. E, sorpresa, i paradossi temporali sono conosciuti e addirittura sfruttati per modificare appositamente il corso del tempo a favore del benessere dell'umanità. Garanti di questo meccanismo sono gli Eterni, specialisti in incognito che di fatto decidono il destino dell'uomo con l'unico scopo di migliorarne l'esistenza.
Tuttavia è facile immaginare come venga presto a galla il vero nodo della questione, cioè il libero arbitrio. Come può l'uomo essere padrone del proprio destino quando qualcuno, pur con tutte le buone intenzioni, impone le proprie scelte, vanificando di fatto gli sforzi compiuti dal genere umano per migliorare se stessi? Nel momento in cui gli Eterni decidono che quel tentativo può rivelarsi pericoloso o addirittura fatale per la sopravvivenza dell'intera razza umana, essi intervengono in un preciso momento del passato, con metodo scientifico, in modo tale da modificare gli eventi futuri. Il mondo potrà così proseguire la sua avventura sereno e inconsapevole.
La domanda che si pone è: cosa è preferibile? La pace e la sicurezza di una gabbia o i rischi e i pericoli di un'esistenza libera e indeterminata?
La risposta può sembrare scontata ma il metterla poi in pratica non lo è affatto, soprattutto se la si applica alla nostra vita. Il dilemma che Asimov ci pone di fronte è più quotidiano di quanto possiamo immaginare, con in più l'aggravante delle "buone intenzioni". Sì perché, se i famosi manipolatori fossero i classici nemici brutti, sporchi e cattivi, la lotta per liberarci dal giogo verrebbe supportata anche da un legittimo senso di rivalsa nei loro confronti. Sarebbe tutto più facile. Asimov invece ci propone praticamente dei sant'uomini, sacerdoti-scienziati, intorno ai quali si è venuta a creare un'aura divina, austera che intimorisce e provoca un senso di rispetto in quei pochi "comuni mortali" che hanno il privilegio di averci a che fare.
Una volta di più, le visioni del futuro proposte da Asimov non sono banali speculazioni basate su un'idea brillante. Qualcuno potrà chiamarla fantascienza d'altri tempi, fuori moda, tuttavia gli spunti offerti da questa come da altre storie impongono riflessioni che interessano e interesseranno le generazioni di oggi e di domani. Esse partono da temi più profondi, che trascendono le questioni attuali, le paure moderne, i dubbi del giorno dopo. La finestra che Asimov ci apre con i suoi romanzi offre una vista da una posizione molto elevata e per questo ci permette di vedere più chiaro e più lontano. Come solo i grandi classici sanno fare.
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Il buon vecchio Isaac Asimov tuttavia non si smentisce neanche questa volta e con questo "La fine dell'eternità" ci fornisce il suo viaggio nel tempo facendo addirittura un passo più in là (come dubitarne), immaginando un futuro nel quale l'uomo non solo può viaggiare nel tempo ma addirittura di tale capacità ne ha fatto una scienza, codificata e strutturata. E, sorpresa, i paradossi temporali sono conosciuti e addirittura sfruttati per modificare appositamente il corso del tempo a favore del benessere dell'umanità. Garanti di questo meccanismo sono gli Eterni, specialisti in incognito che di fatto decidono il destino dell'uomo con l'unico scopo di migliorarne l'esistenza.
Tuttavia è facile immaginare come venga presto a galla il vero nodo della questione, cioè il libero arbitrio. Come può l'uomo essere padrone del proprio destino quando qualcuno, pur con tutte le buone intenzioni, impone le proprie scelte, vanificando di fatto gli sforzi compiuti dal genere umano per migliorare se stessi? Nel momento in cui gli Eterni decidono che quel tentativo può rivelarsi pericoloso o addirittura fatale per la sopravvivenza dell'intera razza umana, essi intervengono in un preciso momento del passato, con metodo scientifico, in modo tale da modificare gli eventi futuri. Il mondo potrà così proseguire la sua avventura sereno e inconsapevole.
La domanda che si pone è: cosa è preferibile? La pace e la sicurezza di una gabbia o i rischi e i pericoli di un'esistenza libera e indeterminata?
La risposta può sembrare scontata ma il metterla poi in pratica non lo è affatto, soprattutto se la si applica alla nostra vita. Il dilemma che Asimov ci pone di fronte è più quotidiano di quanto possiamo immaginare, con in più l'aggravante delle "buone intenzioni". Sì perché, se i famosi manipolatori fossero i classici nemici brutti, sporchi e cattivi, la lotta per liberarci dal giogo verrebbe supportata anche da un legittimo senso di rivalsa nei loro confronti. Sarebbe tutto più facile. Asimov invece ci propone praticamente dei sant'uomini, sacerdoti-scienziati, intorno ai quali si è venuta a creare un'aura divina, austera che intimorisce e provoca un senso di rispetto in quei pochi "comuni mortali" che hanno il privilegio di averci a che fare.
Una volta di più, le visioni del futuro proposte da Asimov non sono banali speculazioni basate su un'idea brillante. Qualcuno potrà chiamarla fantascienza d'altri tempi, fuori moda, tuttavia gli spunti offerti da questa come da altre storie impongono riflessioni che interessano e interesseranno le generazioni di oggi e di domani. Esse partono da temi più profondi, che trascendono le questioni attuali, le paure moderne, i dubbi del giorno dopo. La finestra che Asimov ci apre con i suoi romanzi offre una vista da una posizione molto elevata e per questo ci permette di vedere più chiaro e più lontano. Come solo i grandi classici sanno fare.
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martedì 16 agosto 2011
STORIA DELLA MIA GENTE - Edoardo Nesi
Mi aspettavo molto di più, o forse qualcosa di diverso, da "Storia della mia gente", opera vincitrice del Premio Strega 2011. Il tema affrontato da Nesi è uno di quelli importanti, che avrebbe potuto dare vita ad una grande storia. L'autore, ex imprenditore tessile, ci racconta infatti la situazione del distretto del tessile pratese, che da florida realtà economica si è trasformato in un territorio in crisi in balia dei fenomeni della globalizzazione. L'analisi da lui fatta è spietata ed è un fortissimo j'accuse alla nostra classe dirigente che non ha saputo capire, affrontare e salvaguardare la realtà delle piccole e medie imprese dalle minacce dell'economia mondiale. E fin qui tutto bene, le argomentazioni sono solide e per molti versi condivisibili, peccato però che il titolo del libro sia "Storia della mia gente" ma di storie di pratesi non c'è traccia. Nesi si limita a raccontarci della sua adolescenza da figlio di papà borghese con il mondo in mano e del suo essere diviso tra l'obbligo dell'impresa di famiglia e il desiderio di essere uno scrittore. Ma questa narrazione risulta essere inutile, se non quasi fastidiosa per il suo indulgere nell'autocompiacimento. Manca del tutto la narrazione della laboriosità dei piccoli imprenditori italiani, su cui per anni la nostra economia ha prosperato e degli operai che hanno sostenuto questa crescita.
Niente da dire invece sulla scrittura di Nesi, incisiva e diretta, piena di citazioni da cui traspare l'amore dell'autore per il lavoro dello scrittore e per la letteratura.
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Niente da dire invece sulla scrittura di Nesi, incisiva e diretta, piena di citazioni da cui traspare l'amore dell'autore per il lavoro dello scrittore e per la letteratura.
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